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sabato 6 settembre 2014

USI: un biglietto di A. Borghi a C. Tresca

Un biglietto di Armando Borghi a Carlo Tresca dalla sede dell'USI di Bologna presso la Camera del Lavoro; 30 dicembre 1916.

(si ringrazia l'Associazione "Valle Peligna Antifascista")

domenica 27 luglio 2014

Lo Statuo fondativo dell'USI (1912)

Statuto approvato alla fondazione 
dell'Unione Sindacale Italiana nel 1912

Scopi e funzionamento

Art. 1.
L'Unione Sindacale Italiana ha per iscopo di riunire in un'organizzazione Nazionale di classe, all'infuori di tutte le scuole politiche o confessioni religiose, tutti i lavoratori di ogni sesso o nazionalità residenti in Italia, coscineti della lotta da condurre per la conquista del loro benessere e del loro diritto fino alla sparizione del salariato e del padronato. essuno può servirsi del titilo d'iscritto all'Unione o di una funzione affidatagli dall'Unione per qualsiasi atto elettorale politico.
Art. 2.
Compongono l'Unione Sindacale Italiana le organizzazioni di resistenza (leghe, sindacati o federazioni provinciali, regionali e nazionali, Camere del Lavoro, ecc.) che accettano il presente statuto, accogliendo nel proprio seno soltanto operai salariati.
Art. 3.
L'Unione Sindacale Italiana è organizzata tenendo conto da un lato della località e dall'altro lato del ramo d'industria cui appartengono le organizzazioni aderenti.
Perciò queste associazioni si raggruppano:
a) nei Comitati locali;
b) nei Sindacati nazionali d'industria.

Comitati locali

Art. 4.
In tutte le località ove esistano leghe aderenti all'Unione verrà nominato previo accordo con le leghe stesse un Comitato locale composto, a seconda dei casi, da 3 a 7 membri coi seguenti incarichi:
a) tenere la corrispondenza con la Segreteria dell'Unione fornendole tutti i dati che questa richiederà sulle organizzazioni del luogo ed eventualmente su quelle circonvicine;
b) riscuotere e trasmettere le quote di adesione alla segreteria stessa;
c) ricevere e far conoscere agli interessati le comunicazioni dell'Unione;
d) fare la propaganda e curare l'inscrizione nell'Unione delle organizzazioni locali non ancora inscritte.
Art. 5.
I comitati locali nominano nel proprio seno un segretario, che ha l'incarico di corrispondere con la Segreteria dell'Unione sia per l'organizzazione sia per la propaganda, sia per l'amministrazione.
Art. 6.
Nelle località ove il Comitato locale già esiste in base al regolamento camerale e dove tutte le leghe aderiscono all'Unione, il Comitato stesso si assumerà gli incarichi suddetti.
Se le organizzazioni di più comuni militrofi credono meglio di costituire un solo Comitato locale, possono farlo liberamento.
Nelle località ove cìè una sola lega aderente all'Unione sarà sufficiente che questa nomini il corrispondente, senza formare il Comitato locale.
Le Camere di lavoro aderenti in blocco all'Unione stabiliranno a loro gradimento se questa deve corrispondere con i Comitati locali direttmente o pel loro tramite.

Sindacati nazionali

Art. 7.
Sindacati nazionali d’industria si compongono delle leghe esistenti in Italia appartenenti ad un determinato ramo della produzione o dello scambio. E' loro scopo estendere sempre più la potenzialità della resistenza coll'affiatamento di tutti i lavoratori che, pur esercitando mestieri diversi, hanno un'affinità fondamentale pel lavoro che compiono.
Art. 8.
Ogni Sindacato nazionale d’industria è libero di darsi l’organizzazione interna che crede ed e autonomo nel suo funzionamento, dovendo soltanto di fronte all'Unione assolvere ai seguenti incarichi:
a) Provvedere alla speciale propaganda tra gli operai del ramo d’industria e fra essi promuovere la costituzione di nuove leghe;
b) dirigere in genere i movimenti di sua spettanza che abbiano carattere nazionale ed assistere quelli di carattere locale;
c) convocare gli speciali congressi nazionali;
d) dirimere le vertenze che sorgessero fra le leghe o le categorie ascritte al sindacato.
Art. 9.
Ogni Sindacato nazionale d’industria nomina un suo delegato permanente presso l’Unione, per comporre la Giunta Esecutiva.

Organi deliberativi

Art. 10
Gli organi deliberativi dell'Unione sono:
a) il Congresso;
b) il Comitato Centrale.
Art. 11
Il Congresso si convoca normalmente ogni anno, nell'epoca e nel luogo fissati dal Comitato Centrale almeno tre mesi prima della data di convocazione. Il Congresso ha poteri sovrani e quindi:
a) rivede, modifica o rinnova come costituente lo Statuto dell'Unione, quando lo ritenga necessario;
b) dà il suo voto sull'indirizzo generale, sulla gestione amministrativa, sulla stampa e su tuttociò che è stato fatto, indicando al tempo istesso la futura base d'azione dell'Unione;
c) giudica tutte le controversie interne che non si poterono risolvere in altra sede;
d) nomina la Segreteria;
e) designa l'organo ufficiale dell'Unione.
Art. 12.
Possono far parte del Congresso tutte le leghe che hanno adempiuto agli obblighi statutari, inviando un rappresennante ogni 200 soci o frazione. Le ulteriori norme pel funzionamento del Congresso verranno fissate in apposito regolamento.
Art. 13.
In caso di necessità il Congresso potrà essere convocato in anticipazione o straordinariamente, quando lo richiedano il Comitato Centrale od almeno un quarto dei Comitati locali.
Art. 14
Il Comitato Centrale si compone dei rappresentanti nominati dalle organizzazioni locali in ragione di uno ogni 10.000 iscritti o frazione, e di un rappresentante per ogni sindacato di industria.
Art. 15
Il Comitato Centrale ha i seguenti incarichi:
a) decidere sulle applicazioni pratiche dei voti emessi dal Congresso;
b) regolare e sorvegliare il funzionamento della Giunta Esecutiva e della Segreteria;
c) esaminare bilanci preventivi e consuntivi presentati dalla Giunta Esecutiva, prima di presentarli al Congresso;
d) convocare i congressi ordinari e straordinari, fissandone la data, il luogo e l'ordine del giorno;
e) stabilire quando lo crede necessario, o quando lo richiedano un quarto delle organizzazioni aderenti il referendum su questioni di grande importanza, per la cui soluzione non si possa attendere il Congresso;
f) decidere quanto altro può essere necessario al buon andamento dell'Unione.
Art. 16.
Il Comitato Centrale si aduna regolarmente ogni quattro mesi e straordinariamente tutte le volte che la Giunta Esecutiva od un quarto dei propri membri dei ne ravvisano la necessità. I membri della Segreteria assisteranno alle sedute del Comitato Centrale; ma avranno voto puramente consultivo.

Organi Esecutivi

Art. 17.
Gli organi esecutivi dell'Unione sono:
a) la Giunta Esecutiva;
b) la Segreteria.
Art. 18.
La Giunta esecutiva è composta di 7 delegati scelti dal Comitato Centrale nel proprio seno fra quelli che abitano nella città a sede dell'Unione e nelle località immediatamente vicine, in modo che di essa facciano parte 4 rappresentanti di organizzazioni locali e 3 rappresentanti dei Sindacati Nazionali d'Industria. La Giunta Esecutiva ha i seguenti incarichi:
a) dar corso alle deliberazioni dei Congressi e del Comitato Centrale;
b) disporre il lavoro della Segreteria e controllarne il funzionamento;
c) sorvegliare l'indirizzo dell'organo ufficiale dell'Unione e riferirne al Comitato Centrale;
d) rivedere i conti dell'amministrazione e presentare la relazione relativa al Comitato Centrale;
e) attivare la propaganda e il lavoro di organizzazione in favore dell'Unione;
f) convocare straordinariamente il Comitato Centrale;
g) indire in caso di urgenza il referendum fra gli organizzati.
Art. 19.
La Giunta Esecutiva si riunisce ordinariamente ogni mese e straordinariamente quando la segreteria lo giudica necessario o ne fanno richiesta almeno tre delegati.
Art. 20.
La Segreteria dell'Unione è nominata dal Congresso a scrutinio segreto e si compone:
- di un segretario generale;
- di un segretario amministrativo;
- di un segretario per la corrispondenza e la statistica.
Art. 21.
Il segretario generale ha la direzione e la responsabilità morale degli uffici di segreteria, cura la propaganda generale dell'Unione la rappresenta in tutte le circostanze ordinarie, convoca - d'accordo con gli altri membri della Segreretia - in sedura straordinaria la Giunta Esecutiva, riferisce a questa sull'andamento della Segreteria dell'Unione, compila e trasmette al giornale prescelto i comunicati ufficiali della Giunta Esecutiva.
Art. 22
Il Segretario Amministrativo tiene il ruolo delle organizzazioni aderenti, cura la riscossione delle quote, dispone pel collocamento dei fondi in base alle indicazioni della Giunta Esecutiva, presenta a questa in ogni riunione ordinaria e tutte le volte che ne è richiesto un prospetto della situazione finanziaria, prepara i bilanci preventivi e consuntivi da sottoporre all'approvazione della Giunta Esecutiva e del Comitato Centrale, è responsabile delle somme riscosse e di tutte quelle affidate alla sua custodia.
Art. 23
Il segretario per la corrispondenza e la statistica tiene la corrispondenza ordinaria con i singoli inscritti, con i comitati locali, con le Camere del Lavoro, con i Sindacati nazionali d'industria ecc.; compila - in base ai dati ufficiali e privati che può ottenere - le statistiche degli aderenti all'Unione per località e per mestiere, come pure degli organizzatori non aderenti e dei disorganizzati, delle organizzazioni padronali e quelle riguardanti il movimento industriale nazionale ed internazionale in modo da offrire l'indicazione più completa possibile del lavoro fatto, e di quello da fare e delle forze degli avversari da combattere in tutti i campi.
Art. 24
La Segreteria è riunita in permanenza nella località indicata dal Congresso come sede dell'Unione. I segretari partecipano con voto consultivo alle adunanze della Giunta Esecutiva.

Entrate dell'Unione

Art. 25
L'Unione fa fronte alle spese inerenti al suo funzionamento:
a) con un contributo fisso obbligatorio di cent. 10 all'anno pagato dalle organizzazioni aderenti per ogni socio inscritto; b) con sopratasse imposte dal Comitato Centrale, in caso di bisogno assoluto ed urgente;
c) con sottoscrizioni volontarie.
Art. 26
Il contributo fisso e obbligatorio dovr à essere pagato dalle organizzazioni aderenti non oltre il mese di aprile di ciascun anno. Le organizzazioni che non avranno pagato le loro quote entro il 30 aprile saranno dichiarate morose e private dei diritti statutari, che riacquisteranno soltanto dopo essersi messe in pari. Se un'organizzazione si renderà morosa per due anni consecutivi potrà essere anche radiata dall'Unione.
Art. 27
Per le sopratasse imposte dal Comitato Centrale vigono le stesse norme che pel contributo fisso ed obbligatorio. Il Comitato Centrale a seconda dell'urgenza fisserà il termine pel versamento della sopratassa, trascorso il quale le organizzazioni che non avranno compiuto il versamento saranno dichiarate morose e trattate come è detto nell'art. precedente.
Art. 28
Le sottoscrizioni volontarie fatte per conto ed in nome dell'Unione dovranno essere sempre deliberate dal Comitato Centrale, o - in caso d'urgenza - dalla Giunta Esecutiva.
Art. 29
I fondi dell'Unione raccolti sia come contributi fissi, che come sopratasse o per sottoscrizione volontaria saranno amministrati dal segretario amministrativo che ne sarà materialmente responsabile, sotto il controllo di una commissione di tre persone nominate dal Comitato Centrale.

Organo ufficiale

Art. 30
Oltre ai giornali che dichiarano di essere disposti ad accogliere i comunicati degli organi deliberativi ed esecutivi dell'Unione, questa designerà, in sede di Congresso, un giornale ufficiale che potrà venire sussidiato nella misura del possibile. Il controllo sul giornale ufficiale spetta al Comitato Centrale.
Alle organizzazioni aderenti è fatto obbligo di abbonarsi al giornale ufficiale dell'Unione.

Disposizioni transitorie

Art. 31
Fino a che le forze aderenti all’Unione non saranno organizzate regolarmente sulle basi indicate dal presente statuto, i membri del Comitato Centrale verranno eletti dal Congresso per quel che riguarda i Sindacati nazionali d'industria. Il Congresso delegherà pure ai compagni scelti a tale titolo a far parte del Comitato Centrale l'incarico di organizzare ciascuno il rispettivo Sindacato Nazionale d'Industria.
Art. 32
Non appena i Sindacati Nazionali d'industria saranno formati a termine dello Statuto, e in ogni caso non oltre il dicembre 1913, verrà convocato un nuovo Congresso generale dell'Unione, per dare ad essa il suo assetto definitivo.
Art. 33
Nelle località ove esistono organizzazioni non inscritte all'Unione, saranno accettate le adesioni individuali dei soci di quelle organizzazioni. Le adesioni individuali saranno ricevute dal Comitato locale col pagamento della quota di cent. 10 all'anno. Gli aderenti individuali godranno di tutti i diritti al pari degli altri soci dell'Unione, salvo quelli di partecipare al referendum ed alle nomine dei delegati ai congressi. Nelle località ove non esiste alcuna organizzazione inscritta all'Unione, gli organizzati che volessero aderire a questa potranno formare un gruppo locale, che avrà tutte le prerogative dei Comitati locali, salvo quella di partecipare ai referendum. Inoltre i rappresentanti dei gruppi locali ai congressi avranno soltanto voto consultivo.
Art. 34
La sede dell'Unione Sindacale Italiana è fissata fino al nuovo congresso in Parma, ed il suo organo ufficiale è l'Internazionale.

mercoledì 15 agosto 2012

CRONOLOGIA USI (1906-1950)

CRONOLOGIA UNIONE SINDACALE ITALIANA (1906 - 1950)

1906
Congresso di Milano. Nascita Confederazione Generale del Lavoro.
Uno dei punti più controversi fu quello che doveva stabilire i rapporti fra le Camere del Lavoro, le Federazioni di Mestiere e il nuovo organismo.
La maggioranza, dopo varie tortuosità, si pronuncia per un organo centralista e centralizzatore.
In aperto dissenso, la minoranza sindacalista rivoluzionaria abbandona il Congresso e forma un comitato che si chiamerà subito dopo “Comitato d’Azione Diretta”.

1907
Convegno di Parma.
Aumentando l’influenza politica del PSI, che sostiene la tesi della subordinazione sindacale alla politica elettorale del partito, la minoranza sindacalista rivoluzionaria si riunisce nella Camera del Lavoro di Parma. Partecipano 16 Camere del Lavoro, 2 Sindacati, 2 Federazioni, 19 Leghe e Sezioni di Mestiere, 16 altre organizzazioni sindacaliste e delegati di altre realtà proletarie. Rappresentano 201.168 lavoratori.
Il problema centrale della discussione riguarda i “rapporti colla Confederazione del Lavoro”. Arrendevolezza nei conflitti sociali e centralizzazione esasperata della CGL spingono i sindacalisti rivoluzionari a domandarsi se rimanere come minoranza organizzata nella CGL oppure creare una nuova organizzazione.
Viene deciso di costituire un Comitato Nazionale della Resistenza, con incarico preciso di raggruppare tutte le organizzazioni che intendano svolgere un’azione comune di lotta all’ordinamento capitalistico con tutti quei mezzi che la pratica sindacale ha indicati come efficaci per indebolire ed eliminare la classe e lo stato borghese.

1908
Nel 1908 il sindacalismo rivoluzionario promuove il grande sciopero di Parma. Seguono gli scioperi agricoli nelle province di Ferrara, Modena, Piacenza, Bologna, e nelle Puglie. Quello degli operai metallurgici di Milano e Torino.

1911
Il Comitato Nazionale della Resistenza organizza grandi manifestazioni contro le imprese coloniali e la guerra libica.

1912
Viene convocato il Congresso Nazionale dell’Azione Diretta nei giorni 23-25 Novembre. Dopo il dibattito congressuale e le mozioni presentate, si adotta il punto fondamentale che dà mandato alla formazione di una nuova organizzazione sindacale.
Il Congresso Nazionale dell’Azione Diretta, riafferma anzitutto il principio dell’Unità operaia necessaria al proletariato per completare le sue conquiste e conseguire i suoi destini;
Rileva che la Confederazione Generale del Lavoro, come non ha saputo fin qui realizzare l’Unità, si dimostra evidentemente incapace di realizzarla nel futuro per la sua tendenza sempre più spiccata a diventare un vero e proprio partito parlamentare, chiuso ed esclusivista, tanto da negare alle organizzazioni che non vogliono accettare senza discussione i dogmi politici e sindacali imposti da quella minoranza che fortuito caso (…) si è impossessata di essa.
Nasce l’Unione Sindacale Italiana

1912
Per l’Unione Sindacale Italiana l’internazionalismo è la forza motrice della rivoluzione sociale:
“Il Congresso delle organizzazioni operaie rivoluzionarie, in vista della oscura situazione internazionale che presenta la minacciosa probabilità d’una conflagrazione europea;
- Richiama il proletariato al dovere di opporsi ad ogni costo e con tutti i mezzi al fratricida macello cui lo si vorrebbe mandare in omaggio ad interessi che riguardano soltanto la classe nemica;
- Invita i sindacati aderenti a promuovere manifestazioni pubbliche e a prestare il loro concorso a tutti quei movimenti nazionali ed internazionali che fossero per sorgere, accentuandone il carattere in senso risolutamente rivoluzionario;
- Dà mandato al Comitato Centrale di prendere le iniziative ed i provvedimenti che le circostanze consiglieranno qualora la minaccia di una conflagrazione europea dovesse diventare più concreta ed imminente”.
 
1913
A poche settimane dalla nascita, l’Unione Sindacale Italiana (U.S.I.) lancia il suo manifesto:
“E’ una vecchia gloriosa bandiera quella che risolleviamo. Essa copre l’opera paziente della preparazione e si spiega nelle audacie sante alla rivolta, il suo drappo si tinge col sangue dei martiri e non si sbiadirà nei languidi colori della pace sociale. Vessillo di speranza e di battaglia. All’ombra sua si raccolgono solo i forti cui non impaurisce il sacrificio, i combattenti che sanno affrontare la lotta con gioia.
E’ l’insegna della 1° Internazionale, quella che risolleviamo compagni!
Quanti sentono la vergogna dello avvenimento presente, quanti nutrono ancora fede nei destini del proletariato, vengano con noi, in questo esercito di liberi che vuol muovere verso le rosse aurore della Rivoluzione Sociale.
Viva l’organizzazione operaia!
Viva l’Unione Sindacale Italiana!

1913
Dicembre. Secondo Congresso dell’ U.S.I.
Fra gli argomenti trattati e votati dai lavoratori, il metodo dello sciopero generale nella relazione di Amando Borghi.
“lo sciopero generale è uno dei mezzi più efficaci di difesa e di conquista per i lavoratori, miranti alla vittoria definitiva della classe lavoratrice con l’espropriazione della classe capitalistica”.

1914
Giugno. Scoppia il conflitto mondiale.
La crisi dell’interventismo tocca solo marginalmente il sindacalismo italiano d’azione diretta con pochi elementi che escono dall’U.S.I. Il nuovo segretario è Armando Borghi.
Il 13 e 14 Settembre 1914 viene convocata una riunione del Consiglio Generale dell’Organizzazione che delibera:
“Il Consiglio Generale dell’U.S.I. esprime la fiducia che il proletariato di tutti i paesi belligeranti e neutrali sappia ritrovare in se stesso lo spirito di solidarietà di classe e le energie rivoluzionarie per profittare dell’inevitabile indebolimento delle forze statali e della crisi generale derivante dalla guerra stessa per una azione comune intesa a travolgere gli stati borghesi e monarchici che in questa guerra furono per un cinquantennio i coscienti e cinici preparatori. Delibera che gli organi direttivi ed il giornale si uniformino a tali concetti.”

1915
Aprile. Nasce il nuovo giornale dell’U.S.I. : “Guerra di classe”

1915-1918
Maggio. L’Italia entra in guerra.
La lotta sindacale e sociale è congelata. Lo stato italiano adotta misure di guerra contro il sindacalismo rivoluzionario.

1919
La fine della guerra comporta la grande espansione del conflitto sociale e di classe in Italia e in Europa. Le organizzazioni proletarie dell’U.S.I. sono le sole fautrici dell’autogestione e dell’autorganizzazione sociale su basi federaliste e libertarie.
Parma, dicembre. Terzo Congresso dell’U.S.I. Sono presenti 15 Camere del Lavoro, 6 unioni sindacali, 3 sindacati nazionali di mestiere, per un totale di 300 mila lavoratori organizzati. L’U.S.I. ribadisce in una fondamentale mozione:
“Il Congresso dichiara tutta la sua simpatia ed incoraggiamento a quelle iniziative proletarie, come i Consigli di Fabbrica, che tendono a trasferire nella massa operaia tutte le facoltà d’iniziativa rivoluzionaria e ricostruttiva della vita sociale, mettendo però in guardia i lavoratori da ogni possibile deviazione per la escamotage riformista contro la natura rivoluzionaria di tali iniziative, contrariamente anche alle intenzioni avanguardiste della parte migliore del proletariato.
Invita questa parte del proletariato specialmente a considerare la necessità di preparazione delle forze di attacco classista-rivoluzionario, senza di che non sarebbe mai possibile l’assunzione della gestione sociale da parte del proletariato.”
La posizione dell’U.S.I. di fronte alla situazione generale ed agli avvenimenti rivoluzionari di Russia in particolare, sarà precisata in una dichiarazione riassuntiva, nella quale si dichiarava:
“Il Congresso dell’U.S.I. saluta ogni passo in avanti del proletariato e delle forze politiche verso la concezione del socialismo negante ogni capacità negativa e ricostruttiva alla istituzione storica tipica della democrazia borghese che è il Parlamento, cuore dello Stato.
Considera la concezione Sovietistica della ricostruzione sociale antitetica dello Stato e dichiara che ogni sovrapposizione alla autonomia e libera funzione dei Soviet di tutta la classe produttrice, va considerata dal proletariato come un attentato allo sviluppo della rivoluzione ed alla attuazione dell’eguaglianza nella libertà.”

1920
Occupazione delle fabbriche. Tutta l’U.S.I. è mobilitata
Il Sindacato metallurgico aderente all’U.S.I. segretario Alibrando Giovannetti, lancia un “Appello alle maestranze”, mettendole in guardia del pericolo che correva la riuscita dell’agitazione. Tra l’altro, si affermava con decisione che:
La presa di possesso delle fabbriche da parte dei lavoratori deve compiersi simultaneamente e con prontezza, prima ancora di essere cacciati con la serrata, e difenderla poi con tutti i mezzi e con tutte le forze di cui dispone il proletariato organizzato (…) Noi siamo decisi a fare entrare nella lizza anche i lavoratori delle altre industrie e dell’agricoltura. Alle altre organizzazioni, quindi, il dovere di prendere posizione, di tenersi pronte all’attacco coll’arma al piede.
Riformisti e rivoluzionari “politici” sono determinanti nel fallimento dell’occupazione delle fabbriche.
Inizia la reazione padronale, sociale e statale. Armate dallo stato, si formano le squadre fasciste.

1921-1924
Eccidi, stragi e distruzioni ad opera della reazione.
Lavoratori e membri dei sindacati dell’U.S.I. uccisi, in carcere o in esilio.
In tutta Italia i lavoratori dell’Unione Sindacale difesero in armi e strenuamente le loro roccaforti proletarie. Contro il fascismo e contro i cannoni dell’esercito come a Piombino.
L’U.S.I. ebbe 23 Camere del Lavoro, 28 Sedi nazionali di federazioni dell’Unione e 6 Sindacati Nazionali di mestiere totalmente distrutti dal terrore fascista, nonostante che i suoi militanti fossero tra i protagonisti nei battaglioni degli “Arditi del Popolo”, unico tentativo di resistenza proletaria armata contro il fascismo.

1922
In opposizione al centralismo dittatoriale dell’Internazionale comunista, sindacalisti rivoluzionari e libertari si riuniscono a Berlino. Viene ricostituita la “Association Internationale des Travailleurs”. L’U.S.I. aderisce.

1925
Gennaio 1925. il Prefetto di Milano decreta lo scioglimento dell’Unione Sindacale Italiana. Erano già state distrutte le Camere del Lavoro, Unioni locali e federazioni, con i suoi militanti in galera, in esilio od uccisi.
Giugno 1925. Ultimo Convegno Nazionale U.S.I. a Genova. Riescono a partecipare gruppi sparsi e braccati dalla polizia. Venne deciso che una prima Segreteria venisse riformata in Francia dagli esuli e tra i primi atti vi fu quella di coordinare tutti i gruppi clandestini in Italia.
Furono quindi costituite sezioni dell’U.S.I. nelle città di Marsiglia, Nizza e Lione, e successivamente un a Parigi si attivò prontamente per collegare i militanti ed i lavoratori iscritti all’Unione e coordinare le attività. Infatti, tra i compiti più urgenti vi era quello di mantenere viva la fiamma del sindacalismo rivoluzionario e riprendere fin da subito i  contatti con i compagni rimasti in Italia. Del resto, era di particolare importanza, in momenti così drammatici, dare un segnale di speranza e possibilità di ripresa dell’U.S.I.

1926
Armando Borghi lascia la Francia per l’esilio negli U.S.A.

1927-1935
Comitato di Emigrazione dell’U.S.I. è in tutte le attività antifasciste possibili.

1936
Al colpo di stato in Spagna contro la Repubblica, la C.N.T. (Confederaciòn Nacional del Trabajo), l’anarcosindacalismo spagnolo, risponde con l’insurrezione in Catalogna, Aragona e Levante. E’ la rivoluzione sociale.
Accorrono in massa gli anarchici italiani. Moltissimi erano membri dell’U.S.I. Arruolamento nelle milizie C.N.T.
Camillo Berneri dirige “Guerra di Classe”, già organo dell’U.S.I.

1937
Maggio. Assassinio di Berneri da parte degli stalinisti. Violenta repressione contro gli anarchici e la C.N.T. E’ la fine della rivoluzione spagnola.

1939
Vittoria del fascismo in Spagna e scoppio della Seconda Guerra Mondiale

1940
Mussolini dichiara la guerra al fianco di Hitler

1943
La Monarchia si libera di Mussolini. Armistizio con gli angloamericani.

1943-1945
Attiva partecipazione alla Resistenza e all’insurrezione partigiana del 25 aprile, da parte di anarchici e sindacalisti libertari che avevano militato nell’U.S.I.

1944
Settembre, Napoli.
Sindacalisti rivoluzionari e anarchici dei “Gruppi Libertari” decisero in un convegno di costituire “Gruppi di Difesa Sindacalista” nell’ambito di categorie di lavoratori come il Sindacato Ferrovieri, Portuali, Edili e la Federazione Gente del Mare. Organizzati ma ‘autonomi’ e solo per il momento a fianco della C.G.L.

1945
Organizzazioni politiche anarchiche frenano e di fatto impediscono la rinascita dell’Unione Sindacale Italiana e favoriscono in tutti i modi l’’ “entrismo” nella ricostituita C.G.L. come corrente “autonoma” denominata “Comitati difesa sindacale”. Storia e patrimonio dell’Unione Sindacale Italiana dispersi per una “fantasiosa” unità sindacale a direzione comunista.

1950
Dettori e Dall’Olio e i migliori compagni dell’U.S.I., in opposizione a qualsiasi politicismo e di qualsiasi provenienza, ricostituiscono a Genova l’Unione Sindacale Italiana. Si formano sindacati di lavoratori in Toscana e Liguria.

Paul MATTICK. Cenni biografici e alcuni scritti

Nato nel 1904, in Germania, aderirà giovanissimo alle organizzazioni della sinistra comunista radicale tedesca.
Emigrerà negli Stati Uniti nel 1926, dove lavorera come operaio e precario ante litteram. Attivista degli IWW e dei movimenti dei disoccupati dopo il 29, parteciperà e darà vita alle più importanti riviste comuniste consiliari. Autore di numerosi saggi e libri tra cui il suo più famoso: Marx e Keynes e i limiti dell'economia mista. Muore nel 1981 negli USA.


alcuni scritti on line:

- I comunisti dei consigli (socialismo del capitale e autonomia operaia): socialismo-del-capitale-e-autonomia
- Spontaneità e organizzazione: spontaneita
- Umanesimo e socialismo: umanesimo
- Crisi e teorie della crisi:crisiteoriacrisi
- La rivoluzione tedesca: comunismo_antibolscevico

consigliamo di consultare l'Arcvhio on line di P. MAttick:
www.paulmattickarchivio.blogspot.com

lunedì 30 luglio 2012

100 ANNI DI AZIONE DIRETTA (speciale di "Lotta di Classe", 2012)

In occasione dei cento anni (1912 - 2012) dell'UNIONE SINDACALE ITALIANA numero speciale di "Lotta di Classe", 2012.

all'interno:
- Cronologia dell'USI
- Cronologia dell'AIL
- Il primo congresso dell'USI
- Documento: I due sindacalismi
- Documento 2012
- Profili biografici





domenica 3 giugno 2012

Centenario dell'Unione Sindacale Italiana

1912 – 2012 CENTO ANNI DALLA FONDAZIONE

DELL'UNIONE SINDACALE ITALIANA


INIZIATIVA PUBBLICA


SABATO 9 GIUGNO


DALLE 11,00 ALLE 13,30 (PRANZO SOCIALE)

e a seguire DALLE 15,30 ALLE 17,30

ASSEMBLEA DIBATTITO

“LE PROSPETTIVE DEL SINDACALISMO AUTOGESTIONARIO OGGI, TRA CRISI E NUOVI CONFLITTI SOCIALI IN ITALIA E IN EUROPA”

coordina Roberto Martelli (Segr. Gen. Conf. USI) intervengono compagni da situazioni di lotta europee in rappresentanza di organizzazioni sindacali e sociali


DALLE 18,00 ALLE 20,30 TAVOLA ROTONDA

“BILANCI E PROSPETTIVE DEI MOVIMENTI AUTORGANIZZATI IN ITALIA E NEL MEDITERRANEO”

coordina Claudia Santi (USI SCUOLA e UNIVERSITA') intervengono compagni/e da Grecia e Spagna, movimenti contro inceneritori e per "rifiuti zero", movimenti per il diritto all'abitare ...


ore 20,30 aperitivo “rivoluzionario” e cena sociale


BANCHETTI – MOSTRE e VIDEO


ORE 22,30 MUSICA ACUSTICA dal vivo con CARLO GHIRARDATO & CO. (chitarra) con un repertorio dedicato a Fabrizio De Andrè


presso la SALA TEATRO “IL CANTIERE”

VIA GUSTAVO MODENA 92

(TRASTEVERE)



UNIONE SINDACALE ITALIANA

confederazione nazionale di sindacati autogestiiti

e di federazioni locali intercategoriali - fedele ai principi dell'AIT


info USI tel. 06/70451981 – fax 06/77201444

usiait1@virgilio.it - usicons.roma@gmail.com


blog della sezione romana: www.unionesindacaleitaliana.blogspot.it

sito nazionale: www.usiait.it

sito in costruzione USICONS: www.usicons.it

sito memoria storica: www.usistoriaememoria.blogspot.it

sito giornale: www.lottadiclasse.info

giovedì 3 maggio 2012

Ungheria 1956: la rivoluzione dei Consigli operai

Vai a: navigazione, cercaLa Rivoluzione ungherese del 1956, nota anche come insurrezione ungherese o semplicemente rivolta ungherese, fu una sollevazione armata di spirito anti-sovietico scaturita nell'allora Ungheria socialista che durò dal 23 ottobre al 10 - 11 novembre 1956. Inizialmente contrastata dall'ÁVH, venne alla fine duramente repressa dall'intervento armato delle truppe sovietiche. Morirono circa 2652 Ungheresi (di entrambe le parti, ovvero pro e contro la rivoluzione) e 720 soldati sovietici. I feriti furono molte migliaia e circa 250.000 (circa il 3% della popolazione dell'Ungheria) furono gli Ungheresi che lasciarono il proprio Paese rifugiandosi in Occidente. La rivoluzione portò a una significativa caduta del sostegno alle idee del comunismo nelle nazioni occidentali.
Panoramica
La rivolta ebbe inizio il 23 ottobre 1956 da una manifestazione pacifica di alcune migliaia di studenti. In poco tempo molte migliaia di Ungheresi si aggiunsero ai manifestanti e la manifestazione (inizialmente a sostegno degli studenti della città polacca di Poznań, in cui una manifestazione era stata violentemente repressa dal governo), si trasformò in una rivolta contro la dittatura di Mátyás Rákosi, una "vecchia guardia" stalinista, e contro la presenza sovietica in Ungheria. Nel giro di alcuni giorni, milioni di ungheresi si unirono alla rivolta o la sostennero. La rivolta ottenne il controllo su molte istituzioni e su un vasto territorio. I partecipanti iniziarono a rafforzare le loro politiche. Vi furono esecuzioni sommarie di filo-sovietici e membri dell'ÁVH (polizia politica, particolarmente invisa alla popolazione). Dopo varie vicissitudini il Partito Ungherese dei Lavoratori nominò primo ministro Imre Nagy che concesse gran parte di quanto richiesto dai manifestanti, finendo per interpretare le loro istanze, identificandosi con la rivoluzione in corso. Il 3 novembre, in un acquartieramento dell'Armata Rossa comandato dal generale Malinin, durante la ripresa dei colloqui di trattative con i sovietici in merito al ritiro dell'Armata Rossa in séguito alla dichiarazione di neutralità del 1º novembre, l'appena nominato ministro della difesa, generale Pál Maléter, fu arrestato da truppe del KGB al comando di Ivan Serov, assieme a tutta la delegazione ungherese, con le proteste di Malinin stesso.
La sera del 4 novembre, Imre Nagy si rifugiò nell'ambasciata iugoslava, grazie ad un
salvacondotto fornitogli da quel paese. Il 22 novembre, per un accordo intervenuto nel frattempo tra Josip Broz Tito e Nikita Chruščёv, dopo una visita del secondo al primo a Brioni, verrà consegnato ai sovietici. I due saranno poi processati e successivamente fucilati dopo quasi due anni (il 16 giugno 1958, assieme al giornalista Gimes). Ebbe così fine tra il 4, giorno dell'entrata dell'Armata Rossa a Budapest, e il 7 novembre, con la restaurazione di un governo filo-sovietico capeggiato da Kádár, la "Rivoluzione del '56".
Le truppe sovietiche intervennero in Ungheria in due occasioni, sempre per puntellare governi favorevoli ai sovietici: la prima volta le truppe già di stanza in Ungheria sostennero il governo stalinista nella fase di passaggio dal governo Gerő, che collassò il 23 ottobre, al governo Nagy, su richiesta del CC del partito socialista ungherese al potere. La seconda, utilizzando truppe corazzate provenienti dall'Unione Sovietica (invasione), fu a sostegno del governo Kádár, la cui formazione (avvenuta realmente dopo il 7), fu poi retrodatata al 4 novembre in modo da poter sostenere la tesi che anche quella volta le truppe fossero state formalmente invitate ad intervenire da un governo "legittimo".
Nella notte del 23 ottobre e nei giorni successivi, l'ÁVH ungherese sparò ai dimostranti. Le truppe sovietiche (già presenti in Ungheria) nel primo intervento tentarono di mantenere l'ordine nei dintorni delle proprie caserme. La resistenza armata degli insorti e l'intervento mediatore del governo Nagy, oltre al collasso del Partito Socialista Ungherese, portarono ad un cessate il fuoco tra le truppe sovietiche e gli insorti il 28 ottobre 1956. La notte del 4 novembre 1956 l'Armata Rossa, che era entrata in Ungheria in forze nei giorni precedenti, intervenne, lanciando un'offensiva con più divisioni appoggiate da artiglieria e aeronautica contro Budapest. Entro il gennaio 1957 Kádár aveva posto fine alla rivolta. A causa del rapido cambiamento nel governo e nelle politiche sociali, e all'impiego delle forze armate per raggiungere fini politici, questa insurrezione viene spesso considerata una rivoluzione.
La rivolta
Preludio
Negli anni trenta, il reggente d'Ungheria, il militarista di destra Miklós Horthy, strinse un'alleanza con la Germania Nazista, nella speranza di recuperare alcune delle perdite territoriali dovute al Trattato di Trianon che fece seguito alla prima guerra mondiale. Avendo guadagnato dei territori grazie alle concessioni dei due arbitrati di Vienna e nel Banato, l'Ungheria entrò infine nella seconda guerra mondiale nel 1941, combattendo principalmente contro l'Unione Sovietica. Nell'ottobre 1944, Hitler rimpiazzò Horthy con il collaboratore nazista ungherese Ferenc Szálasi e il suo partito delle Croci Frecciate, allo scopo di evitare la defezione dell'Ungheria a favore dell'Unione Sovietica, come era avvenuto pochi mesi prima con la Romania. Più di 400.000 ebrei ungheresi e diverse decine di migliaia di zingari furono deportati durante la guerra.
Successivamente alla seconda guerra mondiale, vennero ripristinati i confini del 1920, eccetto piccole perdite territoriali. L'Ungheria divenne parte della sfera di influenza sovietica, e dopo un brevissimo periodo di democrazia multipartitica, si trasformò gradualmente in uno stato comunista nel biennio 1947-1949, sotto la dittatura di Mátyás Rákosi e del Partito dei lavoratori ungheresi.
Le truppe sovietiche avevano occupato l'Ungheria fin dal 1944; inizialmente come esercito invasore e forza di occupazione, quindi su invito nominale del governo ungherese, e infine in base a quanto richiesto dall'appartenenza dell'Ungheria al Patto di Varsavia.
Il 5 marzo 1953 decede Stalin, lasciando un vuoto di potere al vertice dell'Unione Sovietica. Si apre quindi una fase caratterizzata da un breve periodo di relativa "destalinizzazione" - durante la quale vennero tollerati velati sentimenti anti-stalinisti. La maggior parte dei partiti comunisti europei iniziò a esprimere un'ala "revisionista".
Il 17 giugno 1953, i lavoratori di Berlino Est danno vita ad una insurrezione, richiedendo le dimissioni del governo della SED. Questa viene repressa rapidamente e con violenza, con l'aiuto dell'esercito sovietico. Il numero delle vittime fu tra le 125 e le 270.
Il 13 giugno 1953, prima dell' insurrezione anticomunista di Berlino Est il Politburo del Cremlino convoca i dirigenti ungheresi al Cremlino e defenestra il primo ministro ungherese Mátyás Rákosi, "il miglior discepolo ungherese di Stalin", imponendogli di cedere il posto di primo ministro a Imre Nagy, che era già stato ministro dell'Agricoltura in governi precedenti, ed era inviso a Rákosi. È Malenkov colui che sostiene con forza Nagy. Dopo l'insediamento del governo Nagy, il 4 luglio, inizia la liberazione di prigionieri politici vittime delle "purghe" di Rákosi. Vengono prese diverse misure di liberalizzazione in campo economico, politico e culturale. Inizia inoltre la convivenza tra due personaggi politici tra loro incompatibili: Nagy e Rákosi.
Nel gennaio del 1955 il Politburo convoca al Cremlino i dirigenti ungheresi e attacca violentemente Nagy. Il ruolo dell'accusatore lo svolge Malenkov (Lavrentij Beria è stato nel frattempo arrestato e giustiziato nel dicembre '53 e non fa più parte della delegazione che riceve gli ungheresi, come nel '53), che aveva sostenuto Nagy nel '53. Le accuse riguardano la gestione dell'agricoltura, che non ha replicato il sistema dei kolchoz sovietici, un eccessivo liberalismo che ha provocato una (blanda) manifestazione antisovietica durante un incontro di pallanuoto tra le due nazionali, a Budapest, l'anno precedente, e in generale il "deviazionismo borghese". Le accuse sono svolte sulla base di un dossier preparato da Andropov, allora ambasciatore sovietico a Budapest. Poco dopo Nagy avrà un lieve infarto. Dimesso dall'ospedale, durante la sua convalescenza verrà sostituito, grazie alle mene di Rákosi.
Il 25 marzo 1955 l'Organizzazione giovanile comunista fonda a Budapest il "circolo Petőfi", che avrà un ruolo essenziale negli avvenimenti del '56. Il nome è quello di Sándor Petőfi, il poeta che secondo la leggenda avrebbe scatenato la rivoluzione del 1848 con la lettura di una sua poesia.
Il 18 aprile del 1955 diventa primo ministro András Hegedüs, un uomo di Rákosi.
Il 14 maggio 1955 nasce il Patto di Varsavia che lega l'URSS e i "paesi satelliti" da un'alleanza militare di "reciproca assistenza". Poco dopo Chruščëv si reca a Belgrado per riallacciare i rapporti con Tito, rotti in maniera drammatica all'epoca di Stalin.
Il 15 maggio 1955 viene firmato il Trattato dello Stato austriaco, che pone fine all'occupazione alleata dell'Austria, che diventava una nazione indipendente e demilitarizzata. Come diretta conseguenza, il 26 ottobre 1955 l'Austria dichiara formalmente la propria neutralità. Il trattato e la dichiarazione cambiano significativamente i calcoli della pianificazione militare nella Guerra Fredda in quanto creano un cordone neutrale che spacca la NATO da Vienna a Ginevra, e aumenta l'importanza strategica dell'Ungheria per il Patto di Varsavia.
Tra giugno e luglio 1955 continua un certo processo di "normalizzazione". Rajk, impiccato nel 1949 per "titoismo", viene riabilitato, sia pure con un documento interno al partito socialista. Il cardinale József Mindszenty viene trasferito dal carcere al domicilio coatto nel castello di Almassy, presso Felsopeteny. I sovietici vogliono tenere sotto controllo il potere in Ungheria, ma non vogliono il ritorno ai metodi del passato. Autorizzano una certa opposizione sia pure entro limiti molto stretti. C'è un certo fermento tra gli intellettuali, gli scrittori, gli studenti, con giornali e pubblicazioni. Rákosi regna per interposta persona, ma la sua libertà di movimento è limitata da Mosca.
Nell'ottobre 1955 cinquantanove scrittori e artisti famosi firmano un manifesto di protesta contro i metodi brutali usati contro gli intellettuali. Rákosi cerca di avere ragione di questa "minirivolta" ma senza successo.
Il 3 dicembre 1955 Imre Nagy viene espluso dal partito.
Il 25 febbraio 1956 ha luogo a Mosca il XX Congresso del PCUS. Nikita Chruščёv denuncia il "culto della personalità" di Stalin e le sue "violazioni della legalità socialista". Inizia la destalinizzazione
Il 28 giugno 1956 a Poznań, in Polonia, tumulti operai vengono repressi dalla polizia.
Il 13 luglio 1956 la destalinizzazione segna la fine della carriera di Rákosi. Il Cremlino, preoccupato dai rapporti di Andropov, spedisce Anastas Mikojan a Budapest che lo liquida imponendogli di "ammalarsi" e di andare in Russia per un ciclo di cure. Per liquidarlo lo coglie in fallo sul giudizio sul circolo Petőfi. Per Rákosi è un covo di nemici del popolo, ma Mikojan lo contraddice. Per Rákosi è la fine.
Il 18 luglio Rákosi è costretto a dimettersi da Segretario Generale del Partito Socialista Ungherese, e viene rimpiazzato da Ernő Gerő, suo ex "fedele luogotenente", più pronto di lui a cogliere il cambiamento di vento.
Il 6 ottobre 1956 hanno luogo a Budapest i funerali di Rajk, riabilitato postumo. Partecipano ca. 200.000 persone, tra le quali Nagy, che tiene al braccio Julia, la vedova di Rajk.
Il 13 ottobre 1956 Imre Nagy viene riammesso nel partito.
Tra il 19 e il 21 ottobre 1956 in Polonia, il "revisionista" Władysław Gomułka viene riabilitato e eletto a capo del Partito Comunista Polacco, dopo una "prova di forza" con i sovietici. La reinstaurazione di Gomułka ispirerà speranze di grandi riforme e maggiore autonomia in tutta l'Europa Orientale.
Il 22 ottobre 1956 si svolgono assemblee studentesche nelle principali città universitarie ungheresi. Tutti votano per l'uscita dalla Gioventù comunista e per la ricostituzione di organi studenteschi autonomi. Il circolo Petőfi si associa al movimento e viene elaborato un documento in 16 punti, che costituisce la piattaforma per la manifestazione convocata per il 23 a Budapest, in solidarietà con la Polonia. Ecco i punti principali: uguaglianza nei rapporti con l'URSS, processo pubblico a Rákosi, reintegrazione di Nagy, elezioni pluripartitiche, ritiro delle truppe sovietiche (che erano presenti in Ungheria sulla base del trattato di pace a conclusione della seconda guerra, e non come talvolta erroneamente sostenuto, per il Patto di Varsavia).
Comincia la rivolta - 23 ottobre
Verso le 15 del 23 ottobre 1956, studenti del Politecnico si riuniscono di fronte alla statua di Petõfi a Pest, per inscenare una manifestazione pacifica di solidarietà a favore di Gomułka. Nagy è reclamato dalla folla, e pronuncia un breve discorso dal Parlamento al termine del corteo in serata. Ma non ha grande successo: la folla fischia il suo 'Compagni', parola classica del gergo comunista col quale esordisce, perché non ne può più di quell' appellativo, né gradisce il suo invito a rimettere tutto alle decisioni del Partito. La radio trasmette un discorso minaccioso di Gerõ. Il piccolo raduno iniziale ha attratto progressivamente moltissime altre persone e si è trasformato rapidamente da dimostrazione in protesta. Molti soldati ungheresi di servizio in città si uniscono ai dimostranti, strappando le stelle sovietiche dai loro berretti e lanciandole alla folla. Incoraggiata, questa folla crescente decide di attraversare il grande fiume Danubio che divide in due la città e di muoversi verso il palazzo del Parlamento. All'apice, la folla conta almeno duecentomila persone (ma il numero preciso è difficile da calcolare) senza un leader riconosciuto. I manifestanti demoliscono l'enorme statua di Stalin e distruggono diverse librerie sovietiche.
Davanti alla sede della radio ungherese, chiedono che venga trasmesso un comunicato stilato in 16 punti. La direzione della radio fa finta di accettare, ma la delegazione accolta nella sede della radio viene arrestata. Al diffondersi della notizia, il palazzo è preso d'assedio dai manifestanti che chiedono la liberazione immediata della delegazione. La polizia di sicurezza (ÁVH) apre il fuoco sulla folla, provoca i primi morti tra i manifestanti e inizia una vera e propria battaglia.
Altre manifestazioni in altri centri del paese conoscono un destino simile: l'ÁVH spara e uccide.
In serata, il comitato centrale del partito si riunisce e decide di "chiedere l'intervento delle truppe sovietiche in caso di necessità". Crea un comitato militare, il 24 decide la nomina di Imre Nagy a capo del governo, in sostituzione di András Hegedüs, e coopta due suoi collaboratori. A tarda notte si decide che il caso di necessità sussiste e viene richiesto l'intervento delle truppe sovietiche.
Questo aggrava rapidamente gli scontri e le manifestazioni prendono un carattere insurrezionale: le auto della polizia vengono rovesciate e date alle fiamme, dalle fabbriche d'armi e dai lavoratori degli arsenali vengono distribuite armi ai civili. Le sedi dell'ÁVH vengono assediate dalla folla. Quando le autorità cercano di rifornire la polizia di sicurezza, nascondendo le armi in un'ambulanza con sirene e lampeggianti accesi, la folla la intercetta e si impossessa delle armi.
Quello stesso 23 ottobre l'Unione Sovietica attivò i piani d'emergenza che erano stati predisposti fin dai primi di ottobre, per una azione di polizia che intervenisse nella situazione interna dell'Ungheria. Il Praesidium del Comitato centrale dell'URSS era preoccupato dalla situazione interna ungherese già da aprile, quando i rapporti di Andropov lo avevano portato a conoscenza del piano di Rákosi per eliminare un gran numero di intellettuali. La preoccupazione era cresciuta in autunno, quando Gerő aveva mostrato di avere perso il controllo del partito.
L'intervento sovietico, iniziato di fatto il 24 ottobre, cominciò impiegando forze già presenti in Ungheria. Questi soldati sovietici erano diventati adusi allo stile di vita ungherese. La loro missione tradizionale era quella di difendere l'Unione Sovietica da un'invasione della NATO. Questo primo intervento fu politicamente confuso: ad esempio, quando una colonna di carri armati incontrò una marcia di protesta verso Parlamento, i carri accompagnarono i dimostranti.
Dal 23 ottobre al 4 novembre
Nelle fabbriche si formano consigli operai, perlopiù di orientamento anarcosindacalista, che proclamano lo sciopero generale. Mosca rispedisce Mikojan e Suslov a Budapest.
In seguito alla comparsa dei blindati sovietici, si estende l'insurrezione. Il grosso dei combattimenti avviene a Budapest. I comandanti sovietici spesso negoziano cessate il fuoco a livello locale con i rivoluzionari. In alcune regioni le forze sovietiche riescono a fermare l'attività rivoluzionaria.
Il 25 ottobre s'insedia il governo Nagy, in cui compare il filosofo marxista Lukács assieme ad altri moderati. Kádár diventa segretario del partito al posto di Gerő. Dinanzi agli assalti alle sedi della radio e del partito, l'ÁVH spara sui rivoltosi. Intanto in varie parti del Paese sorgono i Consigli operai che richiedono il ritiro dei sovietici e libere elezioni, mentre si susseguono i combattimenti. In alcune province (Borsod e Gyõr-Sopron) il potere passa in mano ai consigli e l'ÁVH viene sciolta.
Il 28 ottobre le truppe sovietiche assieme ad elementi dell'esercito ungherese fedeli al vecchio regime concepiscono un piano di contrattacco. Ma non è affatto sicuro che riescano ad avere la meglio (forti dubbi serpeggiavano in proposito anche fra i comandanti ungheresi). Altri ufficiali dell'esercito si rifiutano di partecipare all'iniziativa e di sparare sui rivoltosi. Una parte della polizia, capeggiata dal questore di Budapest Sandor Kopácsi, sta con questi ultimi. Così unità dell' esercito, come quelle della caserma Kilián, dove è di stanza il colonnello Pál Maléter, spedito a reprimere l'insurrezione il 25 ottobre e, pur con qualche esitazione, passato dalla parte degli insorti. Come risultato, l'esercito ungherese resta sostanzialmente passivo. Nagy interviene per scongiurare una carneficina e inizia trattative febbrili prima con Andropov, poi con Mikojan e infine con lo stesso Chruščёv. In quel momento l'attitudine del Cremlino continuava ad essere quella di considerare Nagy un elemento prezioso per trovare una via d'uscita pacifica, "alla polacca", concedendo maggiore autonomia e ritirando anche le truppe, se necessario. Mentre le trattative procedono, i sovietici fanno maldestre mosse militari e vengono sostanzialmente battuti dagli uomini di Maléter. Nagy negozia con i sovietici un cessate il fuoco, e lo annuncia alle 13 e 20 assieme al riconoscimento del carattere nazionale e democratico dell'insurrezione e all'avvio di negoziati con gli insorti. Annuncia anche l'imminente ritiro delle truppe sovietiche e lo scioglimento dell'ÁVH. Il partito socialista si "autoscioglie", Gerő raggiunge Rákosi nel suo esilio in URSS. La tregua tiene.
Rinascono sindacati, giornali e associazioni culturali abolite da Rákosi. A Roma 101 intellettuali comunisti firmano un appello di solidarietà con gli insorti. Vari agenti dell'ÁVH e dirigenti del partito (compreso il segretario di Budapest, di orientamento riformatore) vengono trucidati, mentre si inizia a formare una Guardia Nazionale composta dagli insorti.
Il 30 ottobre Mikojan e Suslov ritornano a Budapest, latori di una risoluzione del Praesidium che stabilisce rapporti paritari tra l'URSS e gli altri paesi socialisti. Si decide, quindi, di non intervenire militarmente. Si forma un nuovo governo Nagy quadripartito composto da comunisti, socialdemocratici, nazionalcontadini e piccoli proprietari. Il cardinale Mindszenty viene liberato e ricondotto a Budapest. Capo di quella pattuglia di liberatori è il maggiore di origini italiane Antal Palinkas-Pallavicini (che finirà impiccato il 10 dicembre 1957).
Nel frattempo inizia la crisi di Suez: l'aviazione anglo-franco-israeliana attacca in forze l'Egitto, che aveva nazionalizzato il canale.
Il 31 ottobre a Mosca il Praesidium del Comitato centrale dell'URSS, assenti Mikojan e Suslov che si trovano in Ungheria, si risolve per l'intervento, soprattutto in considerazione della situazione internazionale e per non dare 'un segno di debolezza a favore degli imperialisti'.Nikita Chruščёv, una volta deciso l'intervento, sprona Ivan Serov, il comandante del KGB con il quale ha un lungo sodalizio e una ricambiata stima dai tempi dell' Ucraina, a intervenire invadendo in forze l'Ungheria. Viene chiesto un parere al maresciallo Ivan Stiepanovic Koniev, maresciallo dell' URSS, comandante in capo del Patto di Varsavia sul tempo necessario per schiacciare la rivolta e la risposta è di tre giorni. Viene così decisa l' invasione col nome in codice 'Whirlwind', 'Turbine'.
Il 1º novembre i movimenti di truppe corazzate dell'Armata alle frontiere e all'interno dell'Ungheria diventano evidenti. Nagy chiede spiegazioni ad Andropov che lo rassicura: si stanno ritirando, sono solo movimenti "tecnici". Le spiegazioni non sono credibili, e il governo proclama la neutralità, chiedendo per telex all'ONU di mettere all'ordine del giorno la questione ungherese, con la previsione di una garanzia internazionale dei quattro grandi (inclusa quindi l'URSS) della neutralità ungherese. Ciò non avverrà mai in tempo utile.
Il 2 novembre il Consiglio di Sicurezza dell'ONU mette all'ordine del giorno la questione ungherese. In Ungheria Maléter è nominato ministro della difesa. Mentre Chruščëv vola prima a Bucarest (Romania) e poi a Brioni (Jugoslavia), per ottenere dai rispettivi Partiti comunisti al potere l'assenso all'invasione, nel paese inizia a tornare la calma, e la Guardia Nazionale inizia a mettere ordine. Già il 1° novembre sera Kádár è sparito dalla circolazione e volato a Mosca, contraddicendo sue dichiarazioni di difesa della 'nostra gloriosa rivoluzione' diffuse quello stesso giorno, assieme a Ferenc Münnich. È Andropov che ha fatto pressioni in tal senso su Münnich, un filo-sovietico stalinista, il quale a sua volta convince Kádár. Nella confusione di quei momenti, la loro sparizione passa quasi inosservata.
A Mosca, Kádár parla davanti al Praesidium e afferma che "un intervento armato ridurrebbe a zero la credibilità morale dei comunisti".
Il 3 novembre Maléter e la delegazione ungherese, che stava affrontando una seconda tappa di negoziati con i sovietici per il loro ritiro, in un acquartieramento dell'Armata Rossa comandato dal generale Malinin, vengono arrestati da Ivan Serov e dai suoi uomini. Malinin protesta vigorosamente, ma deve fare buon viso a cattivo gioco. Nel frattempo, i consigli approvano una mozione in cui si stabilisce la ripresa del lavoro in tutta l'Ungheria il 5 novembre. Kádár a Mosca è impegnato nelle discussioni sulla formazione di un nuovo governo.
La reazione politica sovietica
Anche se si ritiene comunemente che la dichiarazione ungherese di voler uscire dal Patto di Varsavia, abbia provocato la soppressione della rivoluzione da parte dell'esercito sovietico, le minute degli incontri al Praesidium del Comitato Centrale del PCUS indicano che le richieste di ritiro delle truppe sovietiche furono solo uno fra tanti diversi fattori e soprattutto la dichiarazione di neutralità fu susseguente alle informazioni sull'afflusso di nuove truppe sovietiche.
Mentre il Praesidium aveva discusso, e deciso di non intervenire prima dell'effettivo ritiro dal Patto di Varsavia, una fazione favorevole alla linea dura e che si radunava attorno a Molotov, spingeva per l'intervento. Mentre Chruščёv e il Generale Žukov non erano per l'intervento, il ritiro dal Patto di Varsavia e la paura di uno sgretolamento del sistema a causa delle tendenze centrifughe nei paesi satelliti cementò la posizione rigida del Praesidium del PCUS.
Le tendenze chiave che allarmarono il Praesidium del CC del PCUS furono lo spostamento verso la democrazia parlamentare multipartitica e il Consiglio Nazionale Democratico dei Lavoratori. Entrambi sfidavano la predominanza del Partito Comunista Sovietico nell'Europa Orientale e forse nella stessa Unione Sovietica.
Mentre Regno Unito e Francia erano impegnate militarmente e politicamente in Egitto nella crisi di Suez, gli Stati Uniti espressero il 27 ottobre la loro posizione per bocca del Segretario di Stato dell'amministrazione Eisenhower, John Foster Dulles: "Non guardiamo a queste nazioni [Ungheria e altre del Patto di Varsavia] come a potenziali alleati militari". Mai, in modo concreto, al di là della retorica politica, gli USA considerarono la possibilità non solo di intervento militare, ma nemmeno di più forti pressioni politiche sull' URSS. Fu sostanzialmente Radio Free Europe da Monaco di Baviera ad esasperare la possibilità di un intervento occidentale, americano in particolare, fornendo acqua al mulino della tesi sovietica e poi kadariana della "controrivoluzione".
Con questa combinazione di considerazioni di politica interna e di politica estera, il Praesidium dell'URSS, il 31 ottobre, decise di rompere il cessate il fuoco e di spazzare via la rivoluzione ungherese. Chruščёv titubò a lungo, ma quando prese la decisione, fece pressioni sul KGB perché intervenisse in fretta.
La rivoluzione schiacciata (4-10 novembre)
Il 4 novembre l'Armata rossa arriva alle porte di Budapest con circa 200.000 uomini e 4000 carri armati, più di quanti Hitler ne avesse scagliati nel giugno del 1941 contro l'Unione Sovietica nell'Operazione Barbarossa, ed inizia l'attacco, trovando un'accanita resistenza nei centri operai; la sproporzione abissale delle forze in campo è tale che le resistenze hanno comunque vita brevissima. In serata Kádár raggiunge l'Ungheria e fa annunciare dalla città di Szolnok, con un messaggio radio, la formazione di un "governo rivoluzionario operaio e contadino".
Anche Nagy fa trasmettere tramite Radio Kossuth Libera (radio di Stato) alle ore 5,20 il seguente messaggio, che viene ripetuto anche in inglese, russo, e francese:
Nagy e diversi suoi compagni trovano rifugio nell'ambasciata jugoslava, dopo aver ricevuto assicurazioni sulla possibilità della concessione dell'asilo politico. István Bibó, unico ministro a non lasciare il Parlamento, denuncia per il governo l'illegalità dell'occupazione.
Il 14 novembre si forma il consiglio operaio centrale di Budapest e dintorni, che proclama lo sciopero generale, chiede il ritiro delle truppe sovietiche e il ritorno del governo Nagy. Kádár dovrà negoziare a lungo con i Consigli operai prima di riguadagnare il controllo della situazione.
Il 22 novembre i rifugiati dell'ambasciata jugoslava escono con un salvacondotto di Kádár per "fare ritorno a casa", ma in realtà vengono immediatamente rapiti dai sovietici. Si rifiutano di riconoscere il nuovo governo, e vengono deportati a Snagov, in Romania.
Il 4 novembre tutti i piani che erano stati predisposti per diversi giorni diedero i loro frutti. Le truppe sovietiche usate erano diverse da quelle di stanza in Ungheria e che erano state utilizzate nelle operazioni precedenti. Queste non avevano simpatie per gli Ungheresi, ed era stato detto loro che ci si poteva aspettare un attacco da nord delle truppe americane (rendendo possibile una terza guerra mondiale), allo scopo di evitare tentennamenti.
L'Unione Sovietica giustificherà poi il suo intervento sulla base della responsabilità nei confronti di un alleato del Patto di Varsavia, nella forma del governo Kádár che dissero essersi formato il 4 novembre. Le truppe sovietiche assegnate al compito provenivano dalla riserva nazionale, e le altre nazioni del Patto di Varsavia non fornirono truppe.
Questo intervento, contrariamente a quello del 23 ottobre, non si affidava a colonne di carri armati senza sostegno che penetravano in aree urbane densamente popolate. L'intervento del 4 novembre venne costruito attorno ad una strategia combinata di incursioni aeree, bombardamenti di artiglieria, e azioni coordinate tra carri e fanteria (i sovietici impiegarono circa 4000 carri armati) per penetrare nelle aree urbane nevralgiche. Mentre l'esercito ungherese metteva in piedi una resistenza scoordinata, fu la classe operaia ungherese, organizzata dai propri Consigli, che giocò un ruolo chiave nel combattere le truppe sovietiche. A causa della forza della resistenza della classe operaia, furono le zone industriali e proletarie di Budapest ad essere bersagliate di preferenza dall'artiglieria sovietica e dai raid aerei. Queste azioni continuarono in modo improvvisato fino a quando i Consigli di lavoratori, studenti e intellettuali chiesero il cessate il fuoco il 10 novembre.
Nello spiegare l'intervento sovietico, si devono esaminare diversi fattori. Il Praesidium del Comitato Centrale del PCUS cercò di sostenere un governo ungherese che era controllato da un partito amico. Alla fine di ottobre il governo Nagy si era spinto ben oltre i limiti accettabili dal PCUS. Per la maggioranza del Praesidium, le istanze del controllo dei lavoratori in Ungheria erano incompatibili con la propria idea di socialismo e dovevano essere eliminate. Le relazioni internazionali sovietiche nell'Europa Centrale non erano dettate solo dal desiderio di un impero, ma anche dalla paura di un'invasione da ovest. Queste paure erano radicate profondamente nella politica estera sovietica: risalivano alla guerra civile e a quella con la Polonia negli anni 1920. Fu comunque l'invasione tedesca dell'URSS nel 1941, aiutata dallo Stato ungherese, che cementò il concetto sovietico di un necessario cuscinetto difensivo di Stati alleati in Europa Centrale.
Dal punto di vista del gruppo dirigente sovietico di quel tempo, va citata la causa probabilmente determinante di effettuare un'invasione - idea osteggiata fino all'ultimo da Mikojan -, e cioè la paura di Chruščёv di essere rovesciato dagli stalinisti (Molotov, ad esempio) che già mordevano il freno e che difficilmente gli avrebbero perdonato di avere "perso l'Ungheria". Questa paura era assai più giustificata delle vecchie e tradizionali visioni staliniste dell'"accerchiamento", e che non erano così presenti in un Chruščёv convinto della coesistenza pacifica. Non c'è dubbio che Molotov avrebbe tentato di rovesciarlo in tale evenienza, facendo appello certamente alle "antiche paure" per raccogliere attorno a sé l'Armata rossa, che pullulava ancora di ufficiali che dovevano la loro carriera a Stalin.
Nel 1956 c'era inoltre il timore diffuso, e reale, di un dilagare a macchia d'olio del "fenomeno Ungheria", un effetto domino, com'è stato scritto. C'erano state manifestazioni di massa a Varsavia (Polonia) in appoggio della rivoluzione ungherese, e anche in Romania in diversi luoghi ebbero luogo manifestazioni di protesta. Sempre in Romania, in Transilvania (Università Bolyai di Cluj) si era costituito un "movimento studentesco" al quale aderivano molti docenti iscritti al partito. Il tutto somigliava molto ai prodromi della rivoluzione ungherese. Il KGB riferiva che in Cecoslovacchia, a Bratislava ed altri centri di provincia, dove avevano luogo manifestazioni studentesche, c'era una "crescente ostilità e sfiducia nell'Unione Sovietica".
Nella stessa Unione Sovietica c'era stata un'ondata di disordini come contraccolpo della destalinizzazione. Nella primavera del '56 si erano verificati disordini in Georgia - Paese tradizionalmente insofferente al dominio sovietico fin dai tempi dell'ottobre 1917 (era saldamente in mano, allora, ai menscevichi) - a Tblisi e in altre città, e il Cremlino aveva dichiarato la legge marziale in tutto il Paese, inviando truppe e carri armati.
Durante il primo intervento in Ungheria, nell'università di Mosca studenti e docenti avevano manifestato contro l'intervento, ed erano stati repressi. Anche a Jaroslavl' c'erano state manifestazioni di protesta ed il KGB era intervenuto con mano pesante. Dal fronte degli scrittori sovietici si temeva - a torto o ragione - una loro emulazione del circolo Petőfi.
Il gruppo dirigente dell'URSS dell'epoca era composto da uomini che erano sopravvissuti allo stalinismo. Questo vale anche per gli stessi stalinisti come Molotov, che si era salvato da una purga (una delle ultime due) grazie alla provvidenziale morte di Stalin. Abituati a fronteggiare avversità e pericoli di ogni genere, non erano certo nel panico di fronte ad una situazione difficile, ma appariva loro chiaro che c'era un rischio reale di sgretolamento dell'URSS e del suo sistema, una specie di "anticipazione" di quanto avverrà assai più tardi, dopo la caduta di Gorbačëv e del regime.
Bisogna inoltre tenere anche presente che, come già detto, Mikojan, che era stato inviato in Ungheria assieme a Suslov in quanto "specialista" di quel Paese, è stato fino all'ultimo fautore di una soluzione negoziata, cercando di scongiurare l'invasione anche dopo che questa era già stata decisa (in sua assenza, essendo lui in Ungheria), appena rientrato al Cremlino. La sua idea continuava ad essere quella di una soluzione "alla Gomułka", che impedisse di "perdere l'Ungheria", e insieme di non perdere credibilità internazionale anche e soprattutto all'interno dei "Paesi satelliti". Inseguendo Nikita Chruščёv nel cortile del Cremlino, mentre questi stava partendo per il suo giro dei Paesi dell'Est per ottenere quanto meno una "neutralità" se non l'approvazione dell'invasione, Mikojan arriverà a minacciare le dimissioni, anche se in modo un po' oscuro. Chruščёv equivocherà il suo discorso, interpretandolo come una minaccia di suicidio, e lo inviterà a non fare sciocchezze. Quando Chruščёv rientrerà dal suo giro, sarà ormai troppo tardi, e Mikojan si adatterà agli eventi.
Anche un oscuro quadro, funzionario alla Pianificazione, Maksim Suburov, si pronunciò contro la soluzione militare, perché "avrebbe giustificato l'esistenza della NATO", una motivazione non molto lontana da quella di Mikojan. A quanto risulta, furono le uniche due voci contrarie all'intervento dell'Armata rossa.
Lo stesso Kádár, che aveva partecipato in modo convinto al movimento rivoluzionario, all'inizio si dichiarò a Mosca per una soluzione negoziata. I sovietici, dietro suggerimento di Tito, preferirono lui a Ferenc Münnich - un uomo a quanto si dice dal carattere piuttosto servile - perché più credibile, a causa del suo passato non solo nei brevi giorni della rivoluzione: era stato lui stesso una vittima di Rákosi.
Dal 10 novembre in poi
Tra il 10 novembre e il 19 dicembre i consigli dei lavoratori negoziarono direttamente con le forze di occupazione sovietiche. Mentre riuscirono ad ottenere alcuni rilasci di prigionieri politici, non ottennero il loro scopo, il ritiro dei sovietici.
János Kádár, capo del Partito Socialista Ungherese dei Lavoratori formò un nuovo governo, col supporto dell'URSS, che dopo il dicembre 1956 aumentò costantemente il suo controllo sull'Ungheria.
Sporadici attacchi della resistenza armata continuarono fino alla metà del 1957.
Imre Nagy, Pál Maléter e il giornalista Miklós Gimes vennero processati e giustiziati in gran segreto dal governo di Kádár il 16 giugno 1958, dopo un processo a porte chiuse durato cinque giorni. Il Primate cattolico d'Ungheria, il cardinale József Mindszenty trovò rifugio nella sede della rappresentanza diplomatica statunitense a Budapest, dove sarebbe rimasto per ben quindici anni.
Altre esecuzioni avvennero a più riprese. Le stime della CIA, pubblicate negli anni 1960 parlano approssimativamente di 1.200 esecuzioni.
Nel 1963 la gran parte dei prigionieri politici sopravvissuti della rivoluzione ungherese del 1956 erano stati rilasciati dal governo di János Kádár.
Pochi mesi dopo la caduta del regime "comunista" nel trentatreesimo anniversario della rivoluzione, il 23 ottobre 1989 venne ufficialmente proclamata la Repubblica d'Ungheria, perdendo così la vecchia denominazione di Repubblica Popolare. Da allora tale giorno è festa nazionale.
Imre Nagy e tutte le vittime della rivolta del '56 sono stati riabilitati. Il funerale di Nagy, come già accadde per Rajk, è stato "ripetuto", o forse è più corretto dire ha avuto luogo per la prima volta, il 16 giugno 1989. Per il Partito comunista italiano, un paio di anni prima di cambiare nome in PDS, ai funerali partecipa Achille Occhetto, l'allora segretario. Gorbačëv ammetterà come errore quello del '68 a Praga ma non quello del '56 a Budapest.
L'11 e il 12 novembre 1992 il presidente russo Boris Eltsin, succeduto a Michail Gorbačëv, in visita a Budapest, porge omaggio ai caduti della rivoluzione e al Parlamento ungherese chiederà scusa per l'invasione. Consegnerà inoltre al governo ungherese i documenti sovietici sulle vicende del '56.
Cause
Il collasso economico e i bassi standard di vita provocarono un profondo malcontento nella classe lavoratrice, reso manifesto ad esempio dai violenti scontri che spesso accompagnavano le partite di calcio. I contadini erano scontenti delle politiche terriere promosse dal Partito Socialista, il quale non fu neppure in grado di unire le sue ali riformista e stalinista. Oltre a questo si aggiungevano le proteste di giornalisti e scrittori non soddisfatti delle loro condizioni di lavoro e dell'impossibilità di un controllo diretto dei loro sindacati. Il malcontento degli studenti ruotava intorno alle condizioni accademiche ed ai criteri di accesso all'università, con proteste che sfociarono nella creazione di sindacati studenteschi indipendenti. Il discorso di Nikita Chruščёv sul governo sovietico sotto Stalin causò un acceso dibattito all'interno dell'elite del Partito Socialista Ungherese, e proprio mentre quest'ultimo era impegnato nei dibattiti della leadership, la popolazione entrò in azione.
Dibattito storico
L'importanza storica e politica della rivoluzione ungherese del 1956 è ancora ampiamente dibattuto.
Le principali visioni sulla natura della rivoluzione sono:
Fu una rivoluzione anarchica e socialista libertaria, che mirava a creare un nuovo tipo di società modellata sui consigli dei lavoratori ungheresi. Questa fu l'interpretazione maggiormente diffusa tra i comunisti libertari, gli anarchici e alcuni trotskisti.
Fu una rivoluzione democratica spontanea con l'intento di stabilire l'autodeterminazione politica e l'indipendenza dal Patto di Varsavia o una socialdemocrazia come la Svezia. Questa l'interpretazione diffusa in Ungheria e negli Stati Uniti sostenuta da liberali democratici e socialisti democratici ovviamente anticomunisti.
Fu una rivoluzione nazionalista che mirava a ripristinare un governo Hortyiano o delle Croci Frecciate. Questa è stata un'interpretazione piuttosto diffusa tra i partiti comunisti allineati con l'Unione Sovietica e la Repubblica Popolare Cinese, ed è presente in molte fonti primarie che trattano della rivoluzione, ad esempio, nella serie di libri bianchi del governo ungherese (novembre 1956–1959). Tale visione è stata sostenuta solo da una minoranza di storici durante gli anni del regime anche per il fatto che da parte ungherese tutti i resoconti e i documenti che riguardavano i tragici avvenimenti del 1956 furono fino al 1989 continuamente sottoposti a censura.
Esiste dunque una grande varietà di posizioni storiografiche, in conflitto e spesso inconciliabili. Per giunta, poiché la rivoluzione ebbe breve vita, è molto difficile speculare su quali sarebbero stati i suoi effetti se avesse avuto successo.
Il PCI ed i "fatti d'Ungheria"
La linea ufficiale del PCI fu dettata dal suo segretario generale Palmiro Togliatti, secondo cui non bisognava perdere di vista la globalità del processo storico di affermazione del comunismo. A partire dalla sollecitazione lanciata nell'ottobre 1986 dallo storico magiaro-francese François Fejto, sono stati trovati i documenti inediti che comprovano al di là di ogni ragionevole dubbio l'accusa che egli abbia sollecitato l'intervento armato sovietico contro la rivoluzione ungherese. Inoltre nel 1957, alla Prima Conferenza mondiale dei partiti comunisti tenuta a Mosca, egli votò, insieme agli altri leader comunisti, a favore della condanna a morte dell'ex presidente del Consiglio ungherese Imre Nagy e del generale Pál Maléter, ministro della Difesa, arrestati l'anno prima dalle truppe sovietiche d'occupazione, rispettivamente il 3-11 nel quartier generale sovietico di Tokol e il 22-11 appena uscito dall'ambasciata jugoslava con il salvacondotto del governo Kádár, con l'accusa di aver aperto «la strada alla controrivoluzione fascista».
Palmiro Togliatti sostenne anche: «È mia opinione che una protesta contro l'Unione Sovietica avrebbe dovuto farsi se essa non fosse intervenuta, nel nome della solidarietà che deve unire nella difesa della civiltà tutti i popoli».
A fine novembre 1957 Togliatti votò con tutti gli altri leader comunisti a Mosca, presente János Kádár, per la condanna a morte di Imre Nagy (tranne Gomulka, che si oppose), ma lo pregò di rinviare l'esecuzione di Nagy a dopo le imminenti elezioni politiche italiane. L'invito fu accolto e Imre Nagy venne impiccato il 16 giugno 1958. A Pietro Ingrao, che era andato a trovarlo subito dopo l'invasione per confidargli il suo turbamento, riferendogli di non avere dormito la notte, Togliatti risponderà: «Io invece ho bevuto un bicchiere di vino in più».
L'Unità definì gli operai insorti "teppisti" e "spregevoli provocatori", nonché "fascisti" e "nostalgici del regime Horthyiano", giustificando l'intervento delle truppe sovietiche, sostenendo che si trattasse di un elemento di "stabilizzazione internazionale" e di un "contributo alla pace nel mondo".
Luigi Longo sostenne la tesi della rivolta imperialista: «L'esercito sovietico è intervenuto in Ungheria allo scopo di ristabilire l'ordine turbato dal movimento rivoluzionario che aveva lo scopo di distruggere e annullare le conquiste dei lavoratori».
La base comunista rimase in ogni caso fortemente scossa e negli anni immediatamente successivi si ebbe un calo degli iscritti al PCI. Anche la CGIL prese posizione a favore degli insorti: «La Segreteria della CGIL esprime il suo profondo cordoglio per i conflitti che hanno insanguinato l'Ungheria..., ravvisa in questi luttuosi avvenimenti la condanna storica e definitiva dei metodi antidemocratici e di Governo e di direzione politica ed economica... deplora che sia stato richiesto e si sia verificato in Ungheria l'intervento di truppe straniere...» (L'Unità del 28 ottobre 1956).
Alcuni intellettuali deplorarono l'intervento sovietico nel "Manifesto dei 101", firmato tra gli altri da un gruppo di storici (Renzo De Felice, Luciano Cafagna, Salvatore Francesco Romano, Piero Melograni, Roberto Zapperi, Sergio Bertelli, Francesco Sirugo, Giorgio Candeloro), da alcuni universitari comunisti romani (Alberto Caracciolo, Alberto Asor Rosa, Mario Tronti, Enzo Siciliano), dal filosofo Lucio Colletti, da alcuni critici (Dario Puccini, Mario Socrate, Luciano Lucignani), da artisti e studiosi d'arte (Lorenzo Vespignani e Corrado Maltese), da uomini di cinema (Elio Petri), da giuristi (Vezio Crisafulli), da architetti (Piero Moroni) e da scienziati (Franco Graziosi e Luciano Angelucci).
Molti intellettuali iscritti o simpatizzanti del PCI si dimisero poi dal Partito - tra di essi Antonio Giolitti, Reale, Vezio Crisafulli, Onofri, Natalino Sapegno, Purificato, Gaetano Trombatore, Carlo Aymonino, Carlo Muscetta, Loris Fortuna, Antonio Ghirelli, Italo Calvino, Elio Vittorini, Rachele Farina - ovvero presero le distanze in maniera netta dal Partito dopo l'appoggio dato all'invasione sovietica, in ciò unendosi alla critica nei confronti dell'invasione formulata pubblicamente da chi aveva già abbandonato da tempo il partito (Ignazio Silone).
Tale presa di posizione fu favorita da Giuseppe Di Vittorio e dalla corrente autonomista del Partito Socialista Italiano (in particolare Pietro Nenni), che condannò senza riserve la repressione. L'approvarono invece alcuni esponenti della sinistra socialista, che da allora vennero definiti carristi.
Giorgio Napolitano, attuale Presidente della Repubblica italiana (nel 1956 responsabile della commissione meridionale del Comitato Centrale del PCI), condannò come controrivoluzionari gli insorti ungheresi. A 50 anni di distanza da quei fatti Napolitano, nella sua autobiografia politica Dal PCI al socialismo europeo, parla del suo "grave tormento autocritico" riguardo a quella posizione, nata dalla concezione del ruolo del Partito comunista come "inseparabile dalle sorti del campo socialista guidato dall'URSS", contrapposto al fronte "imperialista". Il 26 settembre 2006 il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, in visita ufficiale in Ungheria, rende omaggio al monumento ai caduti della rivoluzione e alla tomba di Imre Nagy, confermando definitivamente di aver superato le posizioni assunte allora con il PCI di cui faceva parte.

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